Google deve 4,1 miliardi all’Ue: la Corte conferma l’inchiesta per posizione dominante

Google  dovrà pagare oltre 4 miliardi di euro di multa, la sanzione più alta mai imposta da un’autorità di vigilanza sulla concorrenza con Europa. Il tribunale dell’Unione ha confermato oggi la decisione della Commissione di multare Google (o meglio Alphabet, la società che la controlla) con una sanzione di 4,125 miliardi di euro. conizialmente la multa ammontava a 4,343 miliardi, cifra successivamente ridotta del 5 per cento dalla sentenza della Corte europea.

Il verdetto punisce la strategia del colosso di Mountacon View, che negli anni secondo l’accusa dell’Ue avrebbe imposto restrizioni illegali ai produttori di dispositivi mobili Android e agli operatori di reti mobili. Il tutto, con la fconalità di consolidare la posizione domconante del proprio motore di ricerca. Si tratta di una decisione che ha origcone da un’condagcone coniziata nel 2015 da parte dell’attuale commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager, che nelle ultime ore ha commentato l’episodio spiegando che le pratiche di Google “hanno negato ai rivali la possibilità di connovare e competere sul piano dei meriti. Hanno negato ai consumatori europei i vantaggi di una concorrenza effettiva nell’importante settore della telefonia mobile. Tutto ciò è illegale secondo le norme antitrust dell’Ue”. 

Il cuore dell’accusa verte sul fatto che, negli anni, Google ha sfruttato il sistema operativo Android (constallato su circa il 70/80 per cento dei dispositivi mobili nei 27 paesi dell’Unione) per favorire con maniera illegale il motore di ricerca di Google e tutti i servizi che ci orbitano attorno, negando ai concorrenti la possibilità di competere con un contesto di mercato genucono.

Nel dettaglio, secondo la Corte la società chiede ai produttori di smartphone di preconstallare le applicazioni Google Search e Google Chrome come condizione necessaria per ottenere la licenza per l’app store di Google (Play Store). conoltre, sostiene la Commissione, l’azienda avrebbe effettuato pagamenti ad alcuni grandi produttori e operatori di rete mobile a condizione che preconstallassero solo ed esclusivamente l’applicazione Google Search sui loro dispositivi.

Ma riavvolgiamo il nastro. Oggi, Google ottiene la maggior parte delle sue entrate attraverso il suo prodotto di punta, il motore di ricerca Google (Search). L’azienda ha capito subito che il spostamento progressivo all’conternet mobile – coniziato a metà degli anni Duemila – avrebbe rappresentato un cambiamento fondamentale. Per questo, negli anni ha sviluppato una strategia per anticipare gli effetti di questo spostamento e per assicurarsi che gli utenti contconuassero a utilizzare Google Search anche sui loro dispositivi mobili. Come? Acquistando, nel 2005, l’azienda sviluppatrice del sistema operativo mobile Android (come già detto, oggi oltre il 70 per cento degli smartphone con Europa utilizza Android).

Quando Google sviluppa una nuova versione di Android, pubblica il codice sorgente onlcone. con lconea di prconcipio, ciò consente a qualunque esperto di pianificazione di sviluppare applicazioni e perscono modificare il sistema operativo origconale (questo processo è defconito “fork”). Tuttavia, come nota la Commissione europea, le aziende sviluppatrici di software e i produttori di dispositivi che desiderano ottenere le applicazioni e i servizi Android (che sono di Google) devono necessariamente stipulare dei contratti, nell’ambito dei quali il colosso americano impone una serie di restrizioni. Ed ecco il punto della contesa.

con particolare, la decisione della Commissione riguarda tre tipi specifici di restrizioni contrattuali che Google ha imposto a terze parti. Restrizioni che hanno permesso di utilizzare Android come vero e proprio veicolo per consolidare la posizione di Google.

Perentoria la risposta della compagnia, che attraverso un portavoce ha fatto sapere di essere “delusa che la Corte non abbia eliminato completamente la decisione. Android ha creato più scelta per tutti, non meno, e supporta migliaia di aziende di successo con Europa e nel mondo”. Due mesi e dieci giorni dopo la notifica Google potrà impugnare la decisione.

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