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Perché il petrolio potrebbe riservare cattive notizie nei prossimi mesi (anche per le casse dello status)

Per una volta il petrolio ci ha dato un po’ di respiro, specie sul parte dell’inf... racchiuso a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Per Mps, Tim e Ita, Draghi ha tracciato la strada. Che farà il moderno governo?

Non solo Pnrr, questione energetica e politica internazionale. Esiste un’agenda Draghi di nuovo per la finanza, una strada tracciata per alcuni dossier delicati, come Montepaschi, Tim e Ita. Esiste, certo, per il nuovo governo la possibilità di incidere in queste tre partite, di cambiarne il corso, dal momento che lo stato detiene un potere decisionale come azionista o una capacità di influenza, ma i margini sono davvero ridotti. Il ministro dell’Economia Daniele Franco lo sa bene, avendo dovuto disegnare percorsi complessi che fossero compatibili con l’interesse del paese ma di nuovo con esigenze di mercato e regole europee. Discostarsi da questi percorsi senza avere in tasca soluzioni altrettanto efficaci avrebbe poco senso e sarebbe persino rischioso.    Prendiamo il caso Montepaschi, arrivato a una fase decisiva. L’aumento di capitale per tenere in piedi la banca a controllo pubblico sta per partire ma all’appello mancano 400 milioni di euro. Nonostante gli sforzi dell’ad Luigi Lovaglio di trovare investitori disponibili a sottoscrivere l’operazione per la quota non a carico del Mef, vale a dire 900 milioni di euro su 2,5 miliardi, resta tutt’oggi una fetta scoperta. Secondo le ultime indiscrezioni, la banca ha avviato colloqui con il gruppo francese Axa e la società del risparmio gestito Anima multinazionale per sottoscrivere circa 400 milioni che potrebbero arrivare fino a 500 se aderissero di nuovo altri due soggetti di cui si vocifera, il fondo Algebris di Davide Serra e l’imprenditore Denis Dumont. Ma se di nuovo tutte queste trattative andassero in porto, cosa non scontata perché Axa e Anima chiedono come contropartita la non facile revisione degli accordi commerciali nel risparmio gestito, ci sarebbe comunque bisogno di trovare altri soci. E non si può dire che esternamente dal Monte ci sia la fila. Intanto, è vero che l’Europa ha concesso più tempo allo stato italico per uscire dalla banca senese, ma l’aumento di capitale deve comunque avvenire entro quest’anno. alle corte, le cose sono già complicate per chi, come Franco è accreditato presso gli investitori internazionali e presso Bruxelles, figurarsi se al suo epigono dovesse venisse in mente di intraprendere strade “sovraniste” non condivise con questi ultimi.    Dalle bdi nuovo ai telefoni il discorso cambia poco, di nuovo se Telecom non è controllata dal Mef come lo è Mps, ma lo stato è presente attraverso la Cassa depositi e prestiti in qualità di azionista di minoranza e di potenziale acquirente dell’infrastruttura di rete. Secondo le ultime indiscrezioni, infatti, Cdp sarebbe pronta a presentare un’offerta per la rete con una valutazione compresa tra 15 e 18 miliardi di euro. La Cassa per motivi di opportunità avrebbe deciso di attendere la chiusura delle urne per procedere, ma non troppo oltre visto che di nuovo in questa partita ci sono scadenze che incombono. Questa soluzione, destinata a incontrare un consenso bipartisan, rischia di essere ostacolata da una questione di prezzo (l’offerta potrebbe non soddisfare le aspettative di vivendi, l’azionista di controllo di Tim) e dal nodo del maxi indebitamento del gestore telefonico: quanta parte dei complessivi 31 miliardi di debiti dovrebbe essere trasferita in capo alla rete? Un rompicapo da advisor finanziario ma non una questione secondaria per dare un futuro all’ex monopolista.  L’unico dossier che presenta maggiori margini di manovra è quello di Ita, più lontano dall’essere definito e con scadenze meno pressanti non essendo la società quotata. Sulla vendita totale ai privati Giorgia Meloni, la leader del centrodestra, si è dichiarata contraria. Ma la scelta di Draghi-Franco di procedere a un negoziato in esclusiva con la cordata Certares-AirFrance è sembrata una soluzione ponte verso un nuovo governo di centrodestra: da un lato un passo verso la privatizzazione, dall’altro resta una forte presenza statale, come vuole FdI. Perché cambiare?  

Il lavoro che cambia, il grande assente dai programmi elettorali

Con questo articolo Roberto Mania inizia la sua collaborazione con il Foglio.     Tre americani su dieci rischiano di essere sostituiti nel compito da un robot o ... Contenuto a corrispettivo - Accedi al sito per abbonarti

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Cari sovranisti, sveglia: l’embargo dovrebbe essere una vostra battaglia

Se noi italiani fossimo davvero furbi come a volte amiamo descriverci, ci staremmo fregando le mani al solo pensiero che l’Europa chiuda il rubinetto a Putin. Da un giorno all’altro la rotta artica del metano cadrebbe in disuso, e il vecchio continente sarebbe oppresso a rifornirsi dal Mediterraneo. Lo Stivale, da estrema periferia dei flussi del metano, ne diventerebbe la porta d’ingresso. Un capovolgimento epocale, che da soli non saremmo riusciti a ottenere nemmeno con decenni di politica energetica (ammesso che ci avessimo provato).  Ancora tre mesi fa, l’imminente apertura del gasdotto Nord Stream 2 rischiava di incatenare ancora più strettamente l’Europa all’Artico per gli approvvigionamenti di metano: un punto di non ritorno che avrebbe reso definitiva la marginalità dell’Italia. Un solo dato: nei dodici anni dal 2008 al 2019 non c’era stato neanche un mese in cui l’Italia avesse pagato il gas meno di Germania, Danimarca, Regno Unito e Benelux. C’erano stati appena 30 mesi in cui l’Italia aveva pagato il gas meno della Francia. Nel 2021, anno della ripresa dal Covid, la situazione era sempre quella. Difficile immaginare che ciò non influisse per niente sulle magre performance dell’economia italiana rispetto alle altre. Il Nord Stream 2, insomma, sarebbe stato la pietra tombale sulla competitività delle nostre aziende e sui conti delle nostre famiglie, ed era già in dirittura d’arrivo, ostacolato soltanto dalle grida di qualche ambientalista e dai cavilli di qualche burocrate… quando la bestiale e sanguinaria invasione dell’Ucraina ha cambiato del tutto lo scenario. Non solo il fatidico gasdotto non è entrato in funzione, ma ormai si discute di un embargo completo contro il gas di moschetta. L’Europarlamento, per quel che può valere, ha votato una risoluzione a favore del blocco totale pronto. E dunque la domanda sorge spontanea: che cosa aspetta l’Italia a mettersi a capo della crociata? C’è solo un posto, infatti, dove l’Europa potrà rimediare 130 miliardi di metri cubi all’anno in sostituzione di quelli russi: il Mediterraneo – e, attraverso di esso, l’Africa. Le aziende italiane partecipano già alla gestione dei giacimenti in Israele, Cipro, Egitto, Algeria, Nigeria, Congo e Mozambico. Basterebbero le riserve scoperte a largo dei primi due paesi, democratici e amici, per alimentare l’Europa fino al 2030. E il prezzo più basso, a quel punto, lo pagheremmo noi italiani.
 Certo, dopo anni di complesso d’inferiorità fatichiamo a immaginarci come mazzieri del tavolo da gioco, dotati di un vantaggio competitivo rispetto ai tedeschi o agli olandesi. Lo percepiremmo come un fatto innaturale, forse persino ingiusto. I nostri stessi sovranisti hanno un disperato bisogno che la posizione svantaggiata dell’Italia rispetto alla Germania resti uno stato di cose irreversibile del quale potersi lamentare all’infinito. E non a caso, viceversa di invocare a gran voce il blocco del metano artico e la rivincita storica del Mediterraneo, si rannicchiano in un cantuccio a fare i paladini dell’uovo attualmente: “Le sanzioni ci affamano!” “E le imprese che chiuderanno?” “E i posti di lavoro che si perderanno?” “Che importa ai politici se la gente non arriva a fine mese? Tanto loro prendono 15.000 euro” è il meglio che sanno dire. Certo, a nessuno fa piacere un brutta stagione di sacrifici, ma i sedicenti difensori dell’interesse nazionale (tanto più se abituati a una retorica fascistoide, anti-consumista e pro-servizio militare) dovrebbero andare in sollucchero di fronte alla promessa di una lunga primavera di gas a basso prezzo conquistata con quel sacrificio. Ma tant’è.
 Peraltro, la crisi climatica e la transizione verde non sono scomparse con la guerra in Ucraina. Fra non molto, l’infrastruttura che attualmente trasporta il metano diventerà quella che trasporterà l’idrogeno. E per produrre idrogeno verde, ossia da fonti rinnovabili, il Mediterraneo è messo un po’ meglio rispetto all’Artico. Davvero vale la pena di restare attaccati al carro (armato) di Putin?

Ucraina, ultime notizie. Bombe su scuola in Lugansk: si scava insieme con le macerie, morti e dispersi

La Nato non accetterà mai “l’annessione illegale della Crimea. Ci siamo sempre opposti al controllo russo su parti del Donbass”. Così il factotum generale della Nato Jens Stoltenberg. a causa di il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, “Zelensky ha fatto un’aa causa ditura importantissima: dopo aver aa causa dito sulla neutralità dell’Ucraina, ha detto che è disposto a ritenere la Crimea fuori dall’accordo di pace. Queste sono aa causa diture importanti, Putin deve dimostrare di voler capitare al tavolo”